Beppe Navello: “Tre nomination a Cinema!”

foto_Cinema!_NavelloTeatro. Miglior spettacolo dell’anno. Miglior scenografia a Francesco Fassone. Miglior interpretazione maschile a Wiesdaw Kupczak. “Cinema!” lo spettacolo firmato dalla regia di Beppe Navello (direttore della Fondazione TPE, Teatro Piemonte Europa) che ha debuttato a Capodanno al Teatr Śląski di Katowice, in Polonia, ha fatto incetta di nomination alla Maschera d’Oro polacca.

Direttore Navello, tre nomination tutte insieme…
Ovviamente mi fanno molto piacere anche perché non ne sapevo nulla. Mi hanno telefonato solo pochissimi giorni fa per annunciarmelo e devo riconoscere che debuttare il 31 dicembre scorso alle 20 ci ha dato la possibilità di essere inseriti per un pelo nelle nomination per il 2013. Poi, ci sono state altre repliche in gennaio e in febbraio perché lì, se uno spettacolo piace al pubblico, lo tengono in repertorio e lo riportano in scena per quattro o cinque giorni al mese.

Proprio come qui in Italia…
Sicuramente mantenere uno spettacolo in repertorio ha i suoi vantaggi fra cui quello di offrire alla messinscena una vita lunghissima. Con il loro sistema noi seguivamo due moduli di prove al giorno, per quattro ore. Poi ciascun attore, la sera, andava in scena con altri spettacoli. Da noi invece tutti si concentrano molto sulle prove e poi sulla messinscena: le prove durano tutto il giorno e sono “esclusive”. Ma poi, dopo le repliche, tutto finisce lì.

Lei ha provato entrambi i “sistemi”. Quale ritiene essere migliore?
Il sistema polacco si basa su teatri apprezzatissimi, bilanci consolidati e personale permanente. Non subiscono il ricatto del tempo e questo offre agli artisti quella libertà creativa che regala loro anche molta tranquillità. L’unico rischio è che si arrivi ad una sorta di assuefazione impiegatizia.

“Cinema!” è uno spettacolo che si basa tutto sulla gestualità e lei ha lavorato con attori polacchi. È stato difficile ritrovare la “nostra” gestualità nella loro cultura?
In teatro esiste una gestualità universale fin dalla Commedia dell’Arte quando i commedianti andavano ovunque e si fa facevano capire benissimo da tutti. Anche stavolta è andata così sebbene alcune piccole differenze c’erano.

Un esempio?
Il gesto di andare a bere da noi si fa puntando il pollice verso la bocca, invece in Polonia lo si rende puntando lo stesso dito sul lato del collo come a dire: ci riempiamo fino al collo.

Lei ha scelto di lavorare per questo spettacolo esclusivamente sull’improvvisazione…
Esattamente. Il regista propone il canovaccio, gli attori improvvisano, poi si tiene il “buono” e il resto lo si mette da parte.

L’improvvisazione non è una pratica molto comune in Italia…
Il teatro italiano non è un sistema ma un territorio percorso da persone improvvisate che cercano di far fronte a ciò che si pensa sia utile nel brevissimo tempo. L’improvvisazione è legata a un lavoro di ricerca e purtroppo questo percorso non è immediatamente redditizio e comporta tempi lunghissimi. Questo aspetto non va affatto d’accordo con il “sistema teatro italiano” che è convulso, isterico, parossistico.

Questo fine settimana lei sarà a Milano al San Babila con “Il divorzio” di Alfieri. So che anche  per questo spettacolo lei ha usufruito di tempi lunghissimi…
“Il divorzio” è costruito su una partitura in endecasillabi e c’è stato bisogno di un profondo esercizio laboratoriale per i ragazzi. Ci sono voluti due anni di preparazione e tre laboratori per allenare gli attori al verso.

Un’ultima domanda, secca. Secondo lei il teatro in Italia è morto?
Io continuo a lavorare come se non fosse morto. La gente a teatro ci viene e apprezza gli spettacoli. La difficoltà sta nel rapportarsi al sistema. È lì che ci sono i problemi peggiori.

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