Goldoni “serve” Latella per far spazio al reale

Il servitore di due padroni325Milano. C’è e non c’è. Quel che c’è, è sicuramente l’accurata e cerebrale regia di Antonio Latella. Quel che c’è, è un gruppo di attori semplicemente perfetti in scena. Quel che non c’è, invece, è il Goldoni vecchia maniera. Perché in “Il servitore di due padroni”, di scena all’Elfo Puccini fino a domenica, il testo goldoniano resta soltanto uno spunto per raccontare il doppio realtà-finzione, verità-menzogna, vita-teatro. Ecco allora un Arlecchino che non “serve” nessuno, un Brighella capocomico in frac, una Beatrice coi baffi nei panni di Federigo Rasponi, un Florindo Aretusi vestito da donna e un Pantalone che entra in scena senza pantaloni. Lo spettacolo è sorprendente: Latella punta sull’assenza delle maschere che diventa presenza attraverso i movimenti; usa il sipario, la quarta parete e fa entrare i personaggi “in battuta”. Novità assolute per lui, scelte per mostrare la “convenzione teatrale” soltanto per poi smontarla – anche fisicamente – nella seconda parte dello spettacolo. Perché per vedere il reale si deve mostrare la finzione. Assolutamente da vedere.

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