Kenji Ouellet a Teatro a Corte: “La mia Sacre punta solo sul contatto”

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Torino. “Le Sacre du Printemps” di Stravinsky è un grande classico presentato e rappresentato milioni di volte in altrettanti modi. E ogni volta diventa una scommessa che – spesso, troppo spesso – viene vinta da inutili riproposizioni di cose già viste.

Il discorso cambia completamente se la musica viene fatta vivere sul corpo dello spettatore, coreografata sulla pelle e “danzata” in una condizione di deprivazione sensoriale. Nell’ultimo fine settimana del Festival Teatro a Corte 2015, Kenji Ouellet ha proposto una performance (“Le Sacre du Printemps: a haptic rite”) per soli quattro spettatori alla volta che ha stravolto la normale fruizione della “Sacre”.

Bendati da cerotti sugli occhi, i partecipanti sono stati accompagnati da altrettanti performer nella Sala Prove del Teatro Astra, fatti sdraiare in terra e “manipolati” sullo sfondo delle note di Stravinsky. Uniche richieste: non parlare e non opporre resistenza. Insomma: lasciarsi andare completamente, affidarsi totalmente alle mani del performer.

E allora ecco che la coreografia viene letteralmente scritta sulle braccia e sulle gambe in quei momenti in cui la musica si ferma, per poi esplodere in movimenti, abbracci, trascinamenti e flessioni o torsioni degli arti che seguono l’andamento della “Sacre”. Un esperienza unica che – finalmente – declina le note di Stravinsky in una maniera completamente inusuale. E che lascia addosso la musica stessa che scorre al posto del sangue.

Kenji Ouellet, nato in Québec, Canada, vive e lavora a Berlino dove queste performance sensoriali hanno già una loro storia. “Alcune compagnie – spiega – le realizzano addirittura con un solo attore e un solo spettatore. Io ne “uso” ben quattro”.

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Da cosa nasce l’idea di questo “spettacolo”?
Ho iniziato a lavorare sul contatto nel 2006 seguendo azioni ancora non codificate a livello teatrale. La prima non aveva alcuna parte musicale. Poi si è evoluta inserendo una parte narrativa e puntando sulla corrispondenza fra il suono e il contatto. Nel 2013 il Teatro Hau di Berlino ha celebrato la “Sacre” con una rassegna e ho elaborato questo lavoro. Ho pensato che ci sarebbero state centinaia di coreografie sulla musica di Stravinsky, declinate in tutti i modi possibili e immaginabili. Ecco perché ho scelto una performance sensoriale. La musica è molto varia e offre diversi ritmi e diverse atmosfere, perfetta per quello che intendevo realizzare.

Nella performance presentata in prima nazionale all’Astra per Teatro a Corte c’erano anche alcune parti in cui la musica era totalmente assente…
Ci sono parti che vengono suonate soltanto attraverso il contatto ed è molto importante creare e sottolineare la separazione tra musica e contatto per evitare di venir rapiti da una delle due cose in una condizione in cui la vista viene preclusa e tutti gli altri sensi si acuiscono. Il silenzio serve per oggettivare, per creare una distanza brechtiana dalla “Sacre”. Non vogliamo rinunciare alle emozioni ma non vogliamo neanche che ci sia un totale abbandono al flusso emotivo.

Ad un certo punto della sua performance, la musica si ferma bruscamente e sul corpo del partecipante viene buttata quasi violentemente una coperta che lo “sommerge”. E per una manciata di secondi non resta che il silenzio, la solitudine e l’impressione di essere stati abbandonati e sepolti vivi. Vi è mai successo che qualcuno avesse reazioni particolari a momenti così intensi?
L’idea della sepoltura è comune a molti ma quella coperta buttata addosso a un corpo inerme può avere diversi significati che non voglio svelare perché cambiano a seconda del partecipante, del suo vissuto e delle sue emozioni. Ciascuno ha una memoria del proprio corpo e diversi modi di reagire al contatto. Finora non è mai fuggito nessuno. Ma se dovesse accadere vorrei che si sentisse libero di farlo.

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Lei ha rappresentato le sue performance sensoriali in diversi Paesi: Germania, Austria, Cina, America, Canada, Argentina. C’è un rapporto diverso con il contatto a seconda della cultura in cui vivono i partecipanti?
Assolutamente sì, ma credo che non abbia nulla a che fare con la cultura in senso generale. Credo piuttosto che tutto nasca dalla loro storia personale. Ho notato però che in Nord America esiste una forte segregazione dei sessi.

In che senso?
Lavoriamo a questa performance in quattro: tre donne e un uomo. In Nord America, anche se i partecipanti sono bendati, riescono a intuire se chi li sta toccando è un uomo e una donna. E se il partecipante è un uomo resta molto infastidito dal farsi toccare da un uomo o viceversa.

E in quei casi che succede?
Non vogliamo lanciare nessuna sfida, solo mettere a proprio agio le persone. Se capisco che un uomo non vuole essere toccato da me, cambio performer.

Nel corso dei diciotto minuti della performance arriva anche un leggerissimo bacio sulle labbra. Ha mai avuto “problemi” per questo?
Poiché durante la performance non si parla mai, noi sappiamo quello che la gente ci lascia scritto all’uscita del teatro e sono molti ringraziamenti. Ma ce ne sono altrettanti che vengono, partecipano ed escono senza scrivere nulla: quello che hanno provato per noi resta un segreto. A volte resta un segreto anche per loro. E va benissimo così.

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