L’ultima danza di Sylvie Guillem

Milano. L’eleganza. La perfezione stilistica. La sensualità. La poesia. E la magia. Quella che solo Sylvie Guillem riesce a sprigionare quando danza. Capelli rossi, più corti davanti e legati dietro nell’immancabile lunga treccia, l’interprete francese ha salutato il pubblico italiano dal palco del Teatro degli Arcimboldi, giovedì, con il suo “Life in Progress”, quattro coreografie firmate da altrettanti titani della danza contemporanea che hanno segnato la sua vita e il suo percorso artistico.

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Si parte con “Techné” creato da Akram Khan sul corpo – perfetto – della Guillem.  Quando nacque, la danzatrice “duettava” con un microfono. Poi la coreografia è cambiata e, al posto di quel microfono, nell’assolo, Sylvie Guillem divide lo  spazio sul palcoscenico con un albero realizzato con fili di ferro che si illuminano. Ancora in scena tre musicisti, bravissimi: Prathap Ramachandra alle percussioni, Grace Savage al beatbox e Alies Sluiter al violino, voce e laptot danno vita ai brani creati dallo stesso Sluiter. Ma l’attenzione è tutta su di lei, su una – l’unica – danzatrice che riesce a catturare lo sguardo e a far restare una platea enorme in rigoroso silenzio soltanto alzando una mano. Eleganza.

La seconda parte è dedicata a “Duo2015” di William Forsythe, con Brigel Gjoka e Riley Watts, su musiche di Tom Willems. Sylvie non balla ma ha voluto inserire ugualmente questa coreografia nel suo addio alle scene perché nell’universo della star non poteva mancare l’incontro con Forsythe. Eccolo, allora quell’orologio composto dai due danzatori che rotolano, scivolano, si colpiscono proprio come le lancette che segnano lo scandire dei minuti e dello ore. Tempo che viene e che passa. Tempo che si ripete ma non torna. Il tempo in cui la Guillem ha vissuto fondendosi  essa stessa con la Danza.

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Da un duetto maschile a uno femminile. In “Here & After”  di Russel Maliphant, Sylvie Guillem è con la scaligera Emanuela Montanari. Un passo a due indimenticabile che si bea della musica di Andy Cowton. Perfezione stilistica e sensualità. Non c’è molto altro da dire. Perché qualche volta le parole non riescono a rendere giustizia a ciò che accade sul palco. Un vortice di emozioni, dalla tenerezza alla potenza, si esprime “usando” questi due corpi che non fanno sconti e si offrono completamente al pubblico. E’ così che scatta la magia, quella che solo Sylvie Guillem sa evocare anche soltanto alzando un braccio.

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Il gran finale è “Bye” di Mats Ek. E qui si conclude il “viaggio” della danzatrice francese. Con un semplice “Ciao”, sincero ma ugualmente struggente. In scena un pannello bianco a mo’ di porta dalla quale si affaccia il mondo, il resto del mondo. La Guillem entra così come è entrata nell’universo della danza a soli 19 anni grazie a Rudolf Nureyev che la consacrò come “nuova regina” all’Opéra di Parigi. Ed esce, come ha deciso di fare ora, poco dopo aver compiuto 50 anni.

“Ho amato ogni momento di questi 39 anni di attività – ha spiegato più volte a quanti le chiedevano i motivi del suo addio alle scene – e oggi è ancora così. Quindi perché fermarsi? Molto semplicemente perché voglio chiudere la mia carriera mentre sono ancora  felice di fare ciò che faccio con orgoglio e passione. Inoltre… ho un amico, un agente segreto a cui ho dato ‘licenza di uccidere’ nel caso provassi a danzare più del dovuto. E sinceramente vorrei risparmiargli questo compito. Ho iniziato scivolando per fare un inchino, è stato un viaggio entusiasmante, ora sto per cambiare direzione. Una vita ‘in corso’. La mia”.

Così, senza aria da star (qual è) la Guillem saluta e se ne va, uscendo da quella porta che la conduce in mezzo a tanta altra gente, abbandonando le scene non senza aver regalato con questa splendida coreografia l’ultima manciata di poesia.

E quando, dopo lo spettacolo, la si va a salutare nei camerini e le si chiede di ripensarci, di tornare a danzare per quanti amano la sua arte, lei risponde semplicemente: “E’ proprio per voi che lo faccio, è per voi che lascio la scena”.

Merci Sylvie.

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