«Sfilo per Armani e poi torno al ristorante»

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Milano. Ha 21 anni. Viene dal Gambia. E da oltre un anno sfila per Giorgio Armani. Si chiama Ismail Drammeh e al collo ha una catenina con un ciondolo che rappresenta la sua Africa. «Non è solo un ciondolo, è il mio cuore», precisa.

Signor Drammeh, come è arrivato nel mondo dell’alta moda?
«Due anni fa, in estate, ero al mare, a Cefalù. Mi si è avvicinata una ragazza che mi ha chiesto se volessi sfilare per Armani. Io non sapevo chi fosse, non conoscevo nulla della moda. Mi ha mostrato alcune foto e mi ha spiegato cosa avrei dovuto fare. Mi sono fatto fare un book da un fotografo di Palermo e mi sono iscritto ad un’agenzia. Così è cominciato tutto: la prima sfilata è stata in settembre di due anni fa. Questa per Milano Moda Uomo è la sesta che faccio per Armani».

La sua non è stata una vita facile malgrado la sua giovane età…
«Sono arrivato in Italia cinque anni e mezzo fa. A 15 anni ho capito che nel mio paese, dove vivevo con mia madre, i miei fratelli e mia sorella, non avevo un futuro né la possibilità di studiare».

Che faceva in Gambia?
«Lavoravo con la mia famiglia nei campi, ma non avevamo nulla».

Così è partito.
«Sarebbe più giusto dire che sono scappato perché non ho detto niente a mia madre né ai miei fratelli: sono andato via e basta».

Perché?
«Sapevo che se lo avessi detto a mia madre non mi avrebbe lasciato scappar via. E forse non ce l’avrei fatta a lasciarla».

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Come è proseguita la sua fuga?
«Lasciato il Gambia insieme ad altre persone che avevo incontrato nei campi e che come me volevano andar via, sono arrivato in Senegal e poi in Mali, Burkina Faso, Niger. Ho attraversato il deserto e sono arrivato in Libia, a Sabha. Ma il gruppo un po’ per volta si era sciolto perché chi poteva pagare proseguiva mentre gli altri restavano dove si trovavano».

Come vi muovevate?
«Principalmente a piedi. Poi, ogni tanto, incontravamo qualcuno che, pagando, ci faceva salire in macchina e ci portava da qualche parte. Ma senza soldi era difficile, soprattutto in Libia dove c’era la guerra. Sentivamo il rumore dei colpi di continuo, 24 ore su 24. Tante volte ho pensato di morire».

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Ha mai pensato di tornare indietro?
«Mai. La situazione che avevo lasciato in Gambia mi spingeva ad andare avanti: lo facevo per me, ma anche per la mia famiglia».

In tutto questo tempo non ha mai sentito sua madre?
«Mi mancava tantissimo. La prima volta che l’ho sentita è stato quando ero in Niger, otto mesi dopo essere scappato. Le ho telefonato: prima ha pensato fosse uno scherzo, poi quando ha capito che ero proprio io è scoppiata a piangere perché pensava fossi morto chissà dove».

Che cosa faceva a Sabha, in Libia?
«Ero con un gruppo di persone che come me avevano lasciato il loro paese. Lavoravamo nei campi, ma non avevamo documenti e spesso venivamo fermati dalla polizia. Una sera, mentre stavo tornando a casa, hanno fermato anche me. Mi hanno minacciato: hanno chiesto il cellulare e tutti i soldi che avevo. Non ho voluto dare loro nulla. Allora mi si sono buttati addosso, mi hanno picchiato e mi hanno sferrato alcune coltellate su una gamba. Ho ancora il segno».

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Ne parla al plurale. Quanti erano?
«In tutto una decina, tra quelli che mi picchiavano, quelli che mi tenevano fermo e quelli che guardavano. Mi hanno lasciato lì, in terra: però non mi hanno ucciso».

Cosa ha fatto?
«Mi sono nascosto e mi sono curato le ferite sulla gamba con la sabbia per evitare che continuassero a sanguinare».

Dove si è nascosto?
«Dormivamo ovunque, per strada. Ma bisognava dormire ad occhi aperti per scappare dalla polizia».

Non era da solo, quindi?
«Con me c’era altra gente. Hanno cominciato a parlarmi dell’Italia e mi hanno presentato un uomo che pagando 1500 dinari ci avrebbe fatto sbarcare in Sicilia».

Ha pagato?
«Sì, ma non sono riuscito a imbarcarmi perché il gommone era già pieno. Ho dovuto continuare a lavorare per mettere da parte altri soldi e pagare una seconda volta. Nel frattempo, ci tenevano tutti in una casa dove pagavamo l’affitto, ma potevamo essere sbattuti fuori in ogni momento: è successo a molti. Una volta messi da parte i soldi necessari per ripagare il viaggio mi hanno fatto salire a bordo di un piccolo gommone».

Quante persone c’erano con lei?
«In tutto 110 persone fra cui una trentina di donne e circa 20 bambini piccoli, alcuni di pochi mesi».

Quanto è durato il viaggio?
«Siamo rimasti sul gommone due giorni, costretti a bere l’acqua di mare perché non avevamo nulla. Poi il gommone si è bucato e nessuno di noi sapeva nuotare: eravamo terrorizzati. Ci aggrappavamo l’uno all’altro cercando di tenere la testa fuori dall’acqua per respirare. Qualcuno non ce l’ha fatta, qualcuno ha scelto di morire per salvare qualcun altro. Io non so nemmeno come sia arrivato vivo su quella nave dalla Marina militare italiana che ci ha raccolto al largo delle coste siciliane».

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Così siete arrivati a Palermo?
«Ci hanno fatto sbarcare lì e poi, essendo minorenne, mi hanno portato alla comunità La casa di Ina. Ho studiato l’italiano e contemporaneamente ho imparato a cucinare: mi è sempre piaciuto tantissimo. Per quello ora quando non sfilo lavoro in un ristorante messicano».

Un modello cuoco?
«Ora sono giovane e posso sfilare. Ma la moda non durerà per sempre: è giusto che faccia anche un lavoro che mi permetta di mandare soldi alla mia famiglia».

La sua vita è cambiata radicalmente: dai campi del Gambia alle passerelle di Giorgio Armani. Ce l’ha fatta…
«Chissà. Vedremo cosa succederà».

Che farà domani?
«Tornerò a lavorare al ristorante messicano. Per sfilare, mi prendo qualche giorno di permesso».

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

2 pensieri su “«Sfilo per Armani e poi torno al ristorante»

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