Eugenio Barba: «Il Teatro non morirà mai»

Eugenio Barba@Max Valle

Milano. «Si è avverata la profezia di Antonin Artaud: il teatro è la peste. La nostra relazione continua anche solo attraverso onde elettriche. Ci rivedremo sicuramente. Perché tutto muore, meno il teatro». Era lo scorso 4 marzo ed era già scoppiata la pandemia per il Coronavirus.  Eugenio Barba registrava queste poche parole con quella energia che solo lui può trasmettere. Per mantenere quella promessa il regista teatrale fondatore dell’Odin Teatret, allievo ed amico di Jerzy Grotowski, ha scelto di partecipare domani alla diretta Facebook organizzata dal direttore artistico del Teatro Pubblico Ligure, Sergio Maifredi, e dalla compagnia Corrado D’Elia intitolata “Dialoghi in tempo di peste”. Un’occasione da non perdere per incontrare il Maestro del teatro occidentale e Julia Varley che da oltre 40 anni lavora con lui.

Alle 20, online su http://www.facebook.com/raccontiintempodipeste/, http://www.corradodelia.it/raccontintepodipeste e su http://www.teatropubblicoligure.it/raccontiintempodipeste, D’Elia, Maifredi e Andrea Porcheddu si confronteranno sulla funzione e sulle possibilità del fare teatro con Barba e la Varley perché, come scriveva Grotowski “è proprio nel dialogo sincero tra le parti che in teatro nasce la perfezione del tutto”.

Eugenio Barba di perfezione se ne intende. Da anni.

Da quando nel 1962 si unì all’allora leader del Teatr 13 Rzedow di Opole, Polonia, Jerzy Grotowski. Da quando l’anno seguente incontrò il teatro Kathakali in India e poi, tornato in Norvegia, fondò il primo ottobre del 1964, l’Odin Teatret. Da allora Barba e il suo gruppo hanno lavorato a Holstebro per dar vita al grande Teatro del Novecento.

Dalla domanda “cos’è un attore se non ha con sé uno spettacolo?” nacque l’idea del baratto culturale: i performer dell’Odin offrono gratuitamente uno spettacolo nelle piazze e ciò che chiedono in cambio agli spettatori è di cimentarsi ciascuno con quello che sa fare.

Seguendo questa via, nel 1979 Barba fondò l’ISTA, la Scuola Internazionale di Teatro Antropologico, per approfondire pratica e pedagogia applicate alla performance.

Ho partecipato a diverse sessioni in Italia: quello che si respirava era energia pura, voglia di regalarsi, entusiasmo della diversità e tanta, tanta poesia. Che scaturiva dai corpi dei performer quanto da quelli degli spettatori. Poesia racchiusa in spettacoli indimenticabili portati in scena da persone che provenivano da ogni parte del mondo, ciascuna con il suo bagaglio culturale ben stretto. Perché proprio nella diversità trionfava l’unicità del Teatro, del grande Teatro.

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Domani nella diretta online sarà possibile seguire il dialogo a cinque e interagire attraverso i commenti che saranno pubblicati in tempo reale.

Eugenio Barba nel corso degli anni ha continuato a superare se stesso e il concetto stesso di rappresentazione, spazzando via luoghi comuni e – addirittura – il teatro stesso. Via lo spazio fisico, via la centralità dell’attore, via la re-citazione, via qualsiasi tipo di distinzione tra le parti di un corpo unico che ingloba tutto in un concetto di Arte che trascende continuamente se stessa.

L’occasione di incontrarlo, seppur virtualmente, assieme a Julia Varley, offrirà a chi non lo conosce la possibilità di scoprirlo e a chi lo segue da anni la sicurezza che «tutto muore, meno il teatro».

E in un momento come questo in cui i politici lo hanno completamente dimenticato vale la pena ribadirlo. Con gran forza.

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